Commissariare stanca
Da Bruxelles ieri hanno precisato che “spetta al governo italiano” decidere sull’aumento dell’Iva previsto per ottobre. Ma dopo la visita di due giorni fa a Roma del commissario Olli Rehn, e le voci sull’orientamento del Tesoro che si sarebbe rassegnato all’incremento dell’aliquota dal 21 al 22 per cento, sia il Pd sia il Pdl ieri hanno incalzato l’esecutivo affinché faccia altrimenti. Venerdì intanto il Tesoro presenterà la nota di aggiornamento del Def (prevedendo un rapporto deficit/pil al 3-3,1 per cento nel 2013, ha scritto l’Agi), mentre Beppe Grillo sul suo blog ha preannunciato che l’Italia avrà presto le “manette” del commissariamento internazionale come Grecia e Portogallo.

Da Bruxelles ieri hanno precisato che “spetta al governo italiano” decidere sull’aumento dell’Iva previsto per ottobre. Ma dopo la visita di due giorni fa a Roma del commissario Olli Rehn, e le voci sull’orientamento del Tesoro che si sarebbe rassegnato all’incremento dell’aliquota dal 21 al 22 per cento, sia il Pd sia il Pdl ieri hanno incalzato l’esecutivo affinché faccia altrimenti. Venerdì intanto il Tesoro presenterà la nota di aggiornamento del Def (prevedendo un rapporto deficit/pil al 3-3,1 per cento nel 2013, ha scritto l’Agi), mentre Beppe Grillo sul suo blog ha preannunciato che l’Italia avrà presto le “manette” del commissariamento internazionale come Grecia e Portogallo. Anche commissariare, però, stanca. Limitare la sovranità nazionale per garantire l’aggiustamento macroeconomico dei paesi in crisi, secondo gli analisti, sta creando scompensi tra i “controllori”, oltre che tra i “controllati” E’ il caso del Fondo monetario internazionale, come spiega al Foglio Susan Schadler, dal 1999 al 2007 numero due del Fmi per l’Europa e oggi Senior visiting fellow del think tank canadese Cigi. La Schadler sostiene che “il Fmi non ha resistito a sufficienza alle pressioni politiche dell’Europa che puntavano a ritardare le misure per risolvere la crisi”. L’organizzazione internazionale con sede a Washington, addirittura, sarebbe stata spinta dagli eventi a violare le stesse regole che si era autoimposta fino alla vigilia della crisi dei debiti sovrani in Europa, con risultati tutt’altro che positivi: “Oggi, a più di tre anni dall’inizio della crisi, la Grecia non ha riconquistato l’accesso al finanziamento dei mercati, mentre il pil e l’occupazione continuano a scendere”. La Schadler ricorda che nel 2002, per non ripetere gli errori del default argentino, il Fmi si era detto pronto a garantire un “accesso eccezionale” alle sue risorse soltanto ad alcune condizioni: il paese richiedente doveva avere per esempio “un debito con un’alta probabilità di rimanere sostenibile”, e poi un “programma di aggiustamento con una prospettiva di successo ragionevolmente forte”.
L’ex numero due del Fmi, in un suo studio in via di pubblicazione per Cigi e che è il frutto di decine di interviste con i vertici di governi e istituzioni comunitarie, sottolinea che le condizioni previste per erogare gli aiuti non erano rispettate nel caso greco esploso nel 2009. Perciò il Fondo, nel 2010, cioè quando decise di stanziare 30 miliardi di euro per Atene (il 27 per cento di quanto concesso dalla Troika formata con Unione europea e Banca centrale europea), dovette piegare le sue stesse regole. Un prestito straordinario veniva concesso perché la Grecia poneva “un alto rischio di effetti di contagio sistemico internazionale”, nonostante il debito pubblico greco fosse già allora su una traiettoria insostenibile e il programma proposto dall’Ue fosse quantomeno “irrealizzabile”. Basti dire che nel maggio 2010 la Commissione prevedeva per il 2013 un pil in crescita del 2,1 per cento, invece del meno 4,2 per cento stimato oggi. Perché dunque il Fmi intervenne lo stesso, senza esigere da subito un taglio del debito che penalizzasse i creditori ma alleggerisse il fardello di interessi da sostenere per le finanze pubbliche di Atene? Qui entrano in gioco le “pressioni politiche”, a partire dal “rifiuto dell’Europa di accettare sia la ristrutturazione del debito pubblico, sia il rifiuto – tedesco in primis – di fornire più risorse finanziarie a condizioni più abbordabili”. Schadler ricorda per esempio “l’irremovibile Jean-Claude Trichet, presidente della Bce, il quale sosteneva che ristrutturare il debito greco sarebbe stato un colpo fatale per l’euro”. “Inoltre, anche se nessuno lo ammetterà pubblicamente, è indubbio che nel tempo intercorso tra il 2010 e la prima ristrutturazione del debito greco, nel 2012, le banche tedesche e francesi abbiano ridotto la loro esposizione sui titoli. Così il costo della ristrutturazione si è scaricato sui contribuenti”. E addio apporto “terzo e oggettivo” del Fmi, insomma, con conseguente incertezza per i mercati e colpo alla credibilità futura dell’organizzazione. A maggior ragione ora Schadler si chiede perché il Fmi stia ancora operando in Europa alle stesse condizioni. Proprio in quella Ue, conclude Schadler, che “con la sua architettura istituzionale ancora monca, per esempio sul fronte dell’Unione bancaria, continua a creare molta incertezza per i mercati”. Essere commissariati è duro, insomma, ma anche commissariare (male) stanca.